FARÀ GIORNO – Premio Folle d’Oro 2026

PREMIO TEATRALE NAZIONALE FOLLE D’ORO XVI edizione 2026

1^ spettacolo in cartellone

FARA’ GIORNO
di Rosa A. Menduni e Roberto De Giorgi
Regia Mattia Nodari
Assistente alla regia Sara Biollo
Filodrammatica Orenese – Vimercate (MB)

Sinossi

In una stanza che custodisce il peso della memoria, tre esistenze lontane si trovano costrette a condividere lo stesso spazio. Renato, partigiano ormai anziano idealista e disilluso, viene investito da Manuel, giovane inquieto e provocatorio, cresciuto tra rabbia e slogan ideologici di estrema destra. Per evitare conseguenze legali, il ragazzo accetta di assisterlo: nasce così una convivenza forzata, fatta di scontri, sarcasmo e inattese confidenze. A osservare e incrinare questo fragile equilibrio è Aurora, figlia di Renato, medico impegnata nel sociale e portatrice di una storia personale segnata dagli anni più bui del conflitto politico italiano. Tra memoria, ideologie e fragilità umane, il confronto si fa sempre più intimo e necessario, fino a rivelare che, oltre le appartenenze e le ferite della storia, rimane la possibilità di restare umani e riconoscersi nell’altro.

 Note di regia

“Farà giorno” è un testo che affonda le radici nella tradizione del teatro di parola italiano, un territorio sottile tra commedia e memoria civile, tra ironia e ferita, dove il conflitto ideologico si evolve in conflitto umano. Renato, Manuel e Aurora portano in scena tre tempi della storia politica italiana che si guardano senza riuscire, a una prima occhiata, a riconoscersi. Il vecchio partigiano, Renato, custode di una memoria che teme di diventare retorica; il giovane inquieto, Manuel, che cerca identità nella provocazione e nella semplificazione; Aurora, testimone e protagonista disillusa di una stagione politica violenta che ha smarrito il proprio orizzonte.

In questo triangolo umano risuonano echi della drammaturgia civile italiana, ma anche di quel teatro pirandelliano che mette in crisi le certezze, le maschere ideologiche dei personaggi e i loro ruoli storici e familiari. Nel confronto dei protagonisti le identità si incrinano e si ridefiniscono, rivelando quanto ogni certezza ideologica sia fragile quando incontra la complessità dell’esperienza umana.

La regia sceglie di restituire la forza della parola come azione scenica. Il dialogo serrato, ironico e spesso spiazzante richiama la struttura della commedia all’italiana, dove la risata non cancella il dolore ma lo illumina da una prospettiva inattesa. Dietro ogni battuta si intravede una ferita, dietro ogni provocazione una richiesta di ascolto. Come nei drammi di De Filippo, lo spazio scenico, volutamente quotidiano, scarno e domestico, si trasforma in un piccolo universo morale: una stanza, pochi oggetti, tre vite che si urtano e si interrogano. In questo luogo familiare e raccolto, quasi una trincea della memoria, il passato non è mai davvero passato, ma continua a vivere nelle parole, nei silenzi, nelle provocazioni. Unico elemento che si discosta dalla scelta realistica è la stanza di Aurora, inizialmente nascosta allo sguardo, quasi rimossa. Quel luogo, che Renato ha scelto di non attraversare più, custodisce il nucleo più doloroso della sua memoria e diventa progressivamente il simbolo del trauma che attraversa la sua esistenza. Quando quella stanza si rivela, lo spazio scenico cambia natura: ciò che era rimosso torna visibile, e quel luogo privato si trasforma lentamente in uno spazio condiviso, dove la perdita non appartiene più soltanto a uno dei personaggi ma diventa esperienza comune.

Così ciò che appare come uno scontro tra visioni del mondo si rivela essere una ricerca più profonda: il bisogno di essere visti e riconosciuti dall’altro. Come in certa narrativa novecentesca – da Calvino a Fenoglio, dove la memoria della Resistenza non è mai monumento ma esperienza viva e contraddittoria – anche qui la Storia si riflette nei gesti fragili degli individui.

Il teatro diventa allora luogo di attraversamento della memoria e di riconoscimento reciproco. Non offre soluzioni né sentenze, non vuole offrire risposte ma aprire uno spazio di umanità condivisa. E in quella stanza, dove le parole sembrano a volte consumarsi nella notte delle ideologie, delle differenze, dei ruoli, resta comunque la possibilità di attendere insieme l’alba: il momento in cui, anche dopo le notti più lunghe, potrà finalmente fare giorno.

La posizione sulla Mappa

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