PREMIO TEATRALE NAZIONALE FOLLE D’ORO XVI edizione 2026
5^ spettacolo in cartellone
EX-POSE-ME
ispirato alla storia vera di Dalia Aly
Scritto e diretto da David Marzi
Aiuto regia Teresa Cecere
Musiche originali di Alessandra Orlando e Giulia Alò
Senzaconfine – Fasano (BR)
Sinossi
Un corpo che prende la parola. Un microfono, un corpo, una luce. Un’attrice che ride di sé per non farsi ingoiare.
EX-POSE-ME nasce come indagine scenica e diventa confessione collettiva: un rito di auto-esposizione in cui l’ironia non serve a nascondere, ma a disarmare.
La storia vera di Dalia Aly è la storia di tante ragazze, vittime della image-based sexual abuse ovvero la Condivisione Non Consensuale di materiale intimo. Quando aveva quindici anni, il suo ex partner ha condiviso il loro video intimo nella sua cerchia di amici e poi a macchia d’olio il video si è diffuso fino a sbarcare in un gruppo Telegram frequentato da settantasettemila utenti. Dalia è stata lapidata in una gogna mediatica, partita dal suo liceo, sfociata nell’intera comunità di appartenenza e deflagrata nell’universo digitale senza possibilità di arresto. E la parola arresto non è casuale. Il colpevole e i complici sono, dopo nove anni, a piede libero e il processo deve ancora iniziare. Dalia è cresciuta, è diventata un’attivista del transfemminismo intersezionale accompagnando la sua missione al lavoro di attrice.
Sul palco convivono stand-up biografica, teatro fisico e musica dal vivo in una partitura sonora che mescola pop, rap e trap. Il ritmo è quello della generazione che si mostra e si consuma, che cerca uno sguardo e insieme lo teme.
Il testo alterna battute e ferite, luci e ombre, e attraversa i temi che definiscono il nostro presente: famiglia, scuola, il bisogno di perfezione, la sessualità esposta, i dispositivi sociali che costruiscono e giudicano i corpi.
La scena è nuda, essenziale, abitata solo da un corpo che si fa strumento e da una voce che si spinge fino al limite della risata.
La regia di David Marzi plasma il gesto, la parola e il suono come tre linee che si incontrano in un punto di rottura: lì dove la vulnerabilità smette di essere debolezza e diventa atto politico.
La pièce è una cruda indagine sulle connessioni profonde tra universo digitale, economico e politico, analizzando senza filtri il concetto di Manosfera – comunità online maschile caratterizzata da un’accesa misoginia e violenza verbale, nonché la valorizzazione di una mascolinità tossica – Le musiche originali di Alessandra Orlando e Giulia Alò, eseguite dal vivo, danno respiro al testo: la melodia culla, il beat ferisce, il silenzio scava.
EX-POSE-ME è un viaggio senza filtri nel corpo e nella voce di una giovane donna che rifiuta di essere definita dal modo in cui viene vista.
Un atto di libertà che ride, inciampa, urla, si rialza.
Un’esposizione necessaria.
Una richiesta di ascolto.
Note di regia
EX-POSE-ME nasce da una domanda semplice e radicale: chi decide cosa è visibile, e quindi cosa è desiderabile? In un ecosistema digitale che si presenta come neutrale ma che è profondamente attraversato da logiche economiche, politiche e di genere, il corpo — e in particolare il corpo femminile — diventa superficie di esposizione, consumo e giudizio. Questo spettacolo prova a intervenire in quel meccanismo non spiegandolo, ma attraversandolo dal vivo.
La scena è essenziale: un microfono, due corpi, la luce. Un dispositivo minimo che richiama la stand-up comedy, intesa qui come una delle ultime forme di parola libera: voce nuda, amplificata, esposta. Ma questa non è una stand-up, così come non è solo teatro o concerto. Il linguaggio è volutamente ibrido, contaminato, perché ibrido è il mondo che racconta. Stand-up, teatro fisico e live musicale convivono e si scontrano, seguendo una drammaturgia frammentata e iper-ritmata che riprende la logica del feed: accumulo, interruzione, saturazione, scarto. Il presente domina, il tempo si comprime, tutto accade ora e subito dopo viene superato.
In scena ci sono due attrici: entrambe cantano, una suona dal vivo. Questa scelta rompe l’idea dell’individualità eroica e afferma una necessità: da sole non si combatte. I corpi si sostengono, si duplicano, si contraddicono, diventano eco e distorsione l’uno dell’altro. Il corpo non rappresenta, ma espone; non interpreta, ma attraversa. È luogo politico, campo di tensione tra sguardo e autodeterminazione.
La musica è parte integrante della drammaturgia. Non accompagna, ma costruisce senso. Il riferimento è quello del live pop, del concerto, dove il racconto passa anche e soprattutto attraverso il suono. Le composizioni di Alessandra Orlando e Giulia Alò attraversano pop, rap e trap, alternando seduzione, affermazione e rottura. Quando la parola non basta più, il canto prende il sopravvento e diventa rito: un momento di attraversamento emotivo in cui il linguaggio si spinge oltre sé stesso.
Questo immaginario performativo è rafforzato dalla presenza in scena di una scritta luminosa, come nei concerti, che scandisce tre capitoli: EX, POSE, ME. Non è solo una divisione narrativa, ma un percorso. EX è ciò che viene sottratto, esposto contro la propria volontà; POSE è il corpo costruito, modellato dallo sguardo esterno, performato per aderire a un ideale; ME è la frattura, la riappropriazione, la possibilità di tornare soggetto. È una catarsi non pacificata, in cui la parola — dopo essere stata deformata, ritmata, musicalizzata — torna a imporsi.
Lo spettacolo attraversa i modelli femminili prodotti dal digitale, dalle estetiche apparentemente innocue della that girl o della clean girl fino alle forme più esplicite di controllo e violenza che emergono nella manosfera. In questo sistema, il desiderio viene orientato, la visibilità regolata, i corpi resi conformi a un ideale che è insieme estetico ed economico. Il digitale, spesso percepito come spazio neutro o inevitabile, si rivela invece costruito e profondamente connesso a dinamiche di potere.
Il pubblico è parte di questo dispositivo. Ride, osserva, partecipa. La risata diventa un punto critico: crea complicità, ma anche responsabilità. Non c’è distanza protettiva, perché lo spettacolo lavora proprio su quello sguardo che, nel quotidiano, contribuisce a costruire e a giudicare.
EX-POSE-ME non ricostruisce semplicemente una storia di esposizione subita: prova a ribaltarla. Trasforma l’esposizione in scelta, la visibilità in gesto politico. È un attraversamento del trauma che non cerca consolazione, ma posizione. Alla fine, dopo la frammentazione, resta una parola semplice e radicale: io.

