L’EDITORIALE DI NOVEMBRE 2026
a firma Elisabetta Nuzzo
DAL PALCO AL CUORE
Elogio del teatro,
e di ciò che resta
C'è un momento, in ogni teatro del mondo, che non ha prezzo e non ha rivali. La sala è piena, il brusio si spegne piano, le luci calano. Per un istante non succede nulla. E in quell'istante nulla, trecento persone smettono di essere trecento persone e diventano una sola, in attesa.
È lì che comincia la magia. Da millenni, sempre uguale, sempre nuova.
Il teatro è un linguaggio fatto di cose che sembrano piccole e invece sono immense. Il silenzio, che a volte pesa più di cento battute. Il gesto lasciato a metà, che dice quello che la bocca non osa. Lo sguardo che dura un secondo di troppo e racconta un amore, un addio, una colpa. La parola, pronunciata una volta sola, in quel momento preciso, davanti a persone che respirano a pochi metri da chi la dice. E la musica, che sale senza avvisare e ti prende lo stomaco, e ti ricorda che sei vivo.
Non c'è filtro, non c'è montaggio, non c'è una seconda possibilità. Stasera si recita, e stasera soltanto. Chi sta sul palco lo sa, e per questo mette in gioco tutto: la voce, il corpo, la paura, il cuore. E chi sta in platea lo sente. Lo sente nella pelle, quando una scena riesce. Lo sente nella gola, quando una scena commuove. Ride insieme a sconosciuti, trattiene il fiato insieme a sconosciuti, e a fine serata non sono più sconosciuti: hanno condiviso qualcosa che non si può ripetere.
Questo, oggi, è quasi un atto di coraggio.
Viviamo in un tempo che corre. Immagini che scorrono sotto il pollice, volti che appaiono e svaniscono in pochi secondi, emozioni da consumare in fretta e dimenticare ancora più in fretta. E certo, è giusto stare al passo coi tempi: il mondo cambia e noi con lui. Ma c'è una domanda che mi porto dentro, e che vorrei condividere con tutti voi, con rispetto e con affetto: ciò che è veloce può davvero essere migliore di ciò che è profondo?
Un'immagine che passa colpisce l'occhio. Il teatro arriva all'anima. Ci porta dentro le persone e dentro le cose. Ci fa vedere noi stessi attraverso un altro, ci fa ridere dei nostri difetti, piangere per un dolore che non è nostro ma che ci somiglia da morire. Ci regala il tempo di fermarci, che oggi è forse il dono più raro.
E c'è poi la forza della parola, che è la radice di tutto. Una parola scritta, una parola detta, restano. Hanno bisogno di noi per prendere vita: ci chiedono di immaginare, di completare con la fantasia quello che manca. Un'immagine si guarda; una parola si sogna. E noi, senza sogni, che teatro saremmo?
Per questo il teatro non deve essere "aggiornato". Ha attraversato guerre, rivoluzioni, epoche intere, e ogni volta è tornato, intatto, ad accendere una luce nel buio. Non ha bisogno di inseguire nessuno. Ha bisogno di essere protetto, raccontato, tramandato con la stessa cura con cui si custodisce una cosa preziosa.
Lo dico soprattutto ai più giovani, che amo e di cui abbiamo bisogno: custodite la semplicità del teatro. Un palco, una luce, una voce. È tutto qui, ed è tutto. La sua semplicità è la sua forza, la sua verità è la sua bellezza. Portate le vostre idee, le vostre energie, i vostri strumenti: il nuovo e l'antico possono stare insieme, come tante voci diverse sullo stesso palco. Siete voi, ora, i custodi di quello che abbiamo ricevuto.
Io, ogni volta, lo sento ancora.
Non salgo sul palco, ma il teatro mi attraversa lo stesso. Lo sento quando scrivo una battuta nel silenzio di casa, senza sapere se avrà una voce. E lo sento la sera in cui quella battuta, finalmente, prende vita: pronunciata da qualcuno che l'ha fatta sua, davanti a una sala che non sa cosa sta per accadere. In quel momento le mie parole smettono di essere mie. Appartengono a chi le dice e a chi le ascolta, ed è giusto così.
Lo sento dalla regia, nell'ultimo respiro prima che si alzi il sipario, quando non resta più nulla da dire e tutto da fidarsi. Guardo gli attori entrare in scena e mi tremano le mani come se toccasse a me. Lo sento quando un allievo, che fino a poche settimane prima non alzava lo sguardo da terra, si ferma al centro del palco e trova la voce. Lì capisco perché faccio quello che faccio.
E lo sento dopo, nel buio della sala, quando l'applauso parte piano e cresce come una marea, e vedo un volto che si commuove, una mano che ne stringe un'altra, un bambino che ride con tutto il corpo senza sapere perché. Non è merito di una persona sola. È quel tra che nasce tra chi dà e chi riceve, tra un palco e una sala che si sono scelti per una sera.
Il teatro è questo: un piccolo miracolo che si ripete, sera dopo sera, per chiunque abbia voglia di esserci. Un miracolo fatto di persone vere, di paure vere, di emozioni che nessuno schermo potrà mai contenere. Ed è nostro compito tenerlo acceso, come si tiene accesa una luce per chi deve ancora tornare a casa.
Se vi va, venite a sedervi accanto a noi. Aspetteremo insieme che la luce si spenga, e lasceremo che sia il silenzio a cominciare.
Dal palco al cuore
Elisabetta Nuzzo

